Antonio Martone: la filosofia e le sue passioni…

Antonio Martone: la filosofia e le sue passioni…

Buongiorno Professor Martone e benvenuto all’interno del nostro blog “Officina Libri”. La filosofia politica rappresenta il fulcro della sua indagine, da cui poi si propagano numerosi campi di ricerca nei quali Lei opera attivamente: qual è il riscontro che ottiene sui giovani studenti universitari?

Buongiorno a Lei. Le domande che attengono al nodo cruciale della formazione sono fondamentali per qualsiasi comunità e, per questo, La ringrazio particolarmente.

Devo dire subito che sette volte su dieci, gli esami sono tristi. Gli studenti non sempre capiscono la malinconia di docenti costretti a ammettere davanti a se stessi che, nel corso delle lezioni, hanno parlato al vento… Quando mi imbatto in uno studente esaminato in difficoltà, percepisco che egli non sempre comprende che io soffro con lui, o anche più di lui.

Lo studente mi vede come un avversario da affrontare e non invece come una guida che – nonostante riconoscimenti sociali e finanziari in via di estinzione – potrebbe dargli unachance di affermazione nella vita… Qualche volta, a qualcuno di loro particolarmente sensibile, o con un’evidente origine disagiata, cerco di suggerire qualcosa in confidenza. Gli dico che – soprattutto al Sud – l’Università è l’unico modo attraverso il quale un giovane può acquisire un’identità europea, sottraendosi ad una cultura minoritaria, subalterna e provinciale – per tacere di altro – che purtroppo infesta tante zone del Mezzogiorno. In questo, mi aiuta anche il fatto che insegno discipline (Filosofia politica e Antropologia politica) in cui è indispensabile la comprensione umanistica, storica e concettuale dei problemi. Tanti capiscono. E capiscono assai bene – perché i ragazzi, diversamente dagli adulti, non sono ancora tappati nelle ottusità irriducibili e senza speranza tipiche del mondo degli adulti. E, quando capiscono, mi danno più soddisfazione che se ricordassero tutte le nozioni che ho cercato di dar loro attraverso il programma.

Tanti studenti mi regalano, peraltro, delle gioie speciali agli esami. Dall’entusiasmo e dalla maniera di approcciarsi a me, m’accorgo con chiarezza che il loro interesse per il voto che gli darò (pure ovviamente presente) è soltanto una motivazione minore rispetto a quello prevalentedi fare bella figura nei confronti di chi li ha individualmente considerati come persone e non come numeri di matricole, cercando anzitutto di motivarne la passione, piuttosto che seppellirli di concetti incomprensibili e/o faticosi.
Per un docente – per me ma anche per molti colleghi, insieme ai quali mi sforzo di compiere un lavoro oggi tanto sottovalutato – scorgere  una scintilla di passione, o anche soltanto di curiosità, brillare negli occhi di un ragazzo costituisce la realizzazione professionale per antonomasia, il senso stesso del nostro lavoro – o forse dovrei dire della nostra missione. Se fossimo messi nelle condizioni di svolgerlo meglio, se potessimo disporre di strumenti migliori – penso ai tagli, ai blocchi stipendiali, alle strutture fatiscenti, al crollo dell’autorevolezza pubblica dei docenti di ogni ordine e grado – forse potremmo davvero dare un contributo significativo alla trasformazione di questa società. E quella sarebbe davvero una grande riforma. Finalmente una riforma seria, utile e forse… rivoluzionaria.

La filosofia, nonostante si snodi in molteplici branche, è una disciplina “incompresa” a cui, in determinati contesti, talvolta non si offre la giusta importanza. Secondo Lei, in che cosa va intravista la causa di tale difficoltà?

 Nel nostro tempo, come Lei ha giustamente ricordato, sia le domande essenziali che da sempre l’uomo si è posto, sia quelle immediatamente legate alla nostra posizione storica – insomma ciò che da 2500 anni chiamiamo filosofia – hanno subito un severo ridimensionamento se non una vera e propria atrofia. Nonostante i festival di filosofia che vengono platealmente proposti e che sembrano somigliare più ad una delle tante scalette della società dello spettacolo che ad un vero e proprio contributo al pensiero, l’attività filosofica appare in crisi profonda. In questo senso, effettivamente, il momento storico che viviamo ci dice che la spiritualità dell’uomo si è, in un certo senso, ritratta in se stessa. Non riempita più dalle idealità che avevano accompagnato lo svolgersi della modernità, la civiltà globale ha posto il denaro e la tecnica al posto dei simboli antichi.

Perché questo? Le motivazioni sono tante ed è assai difficile giungere alla “causa ultima”. Posso qui soltanto svolgere qualche considerazione…

Il processo di americanizzazione del pianeta, in corso a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, ha provocato un’accentuazione della sfera dell’azione rispetto a quella della contemplazione. L’american way of lifeha determinato così un contraccolpo anche sul pensiero e sulla scienza in generale: sono nati tanti centri di ricerca e gruppi disciplinari che, tuttavia, non comunicano effettivamente fra loro. La loro impresa appare sempre più frammentata, autosufficiente e autoreferenziale. E’ emersa una finalità, a mio parere, molto perniciosa per la ricerca in generale e per la filosofia in particolare, ossia l’utilizzabilità immediata dei risultati. E così, l’imperativo che anima e sostiene ogni forma di pensiero del nostro tempo è quello che impone di ottenere il massimo possibile dal punto di vista pratico, tecnico ed economico. Il pensiero deve cioè servire all’azione tecno-trasformativa del mondo; è subordinato ad essa e non potrebbe concepirsi senza di essa.

La filosofia, tuttavia, nella sua origine essenziale, non ha affatto la funzione fondamentale di servire alla prassi mondana. Il compito del pensiero è legato essenzialmente a quella capacità critica che sola consente di porre in questione i luoghi comuni della comunità (ciò che i greci chiamavano la doxa, ossia l’opinione), in vista di un pensiero fondato, strutturato e problematizzante.

Come interpretare dunque la tendenza fondamentale del nostro tempo che ha invece asservito il pensiero all’azione? Come intendere una fase storica che non riconosce al pensiero alcun fine (telos) ma soltanto obiettivi concreti a breve termine? Bisogna scorgere qui, necessariamente, una rimozione, che è, nello stesso tempo, individuale e collettiva. Può essere, infatti, soltanto una rimozione ciò che appare messa in opera oggi dall’Occidente quando quest’ultimo  mostra di aver dimenticato l’Origine stessa della propria ispirazione fondamentale. Non può che essere una rimozione ciò che dà luogo alle nevrosi in cui è immerso l’Occidente quand’esso, immemore della sua provenienza, consuma il proprio tempo procurandosi incessantemente strumenti tecnologici che “nascondono” sempre più allo sguardo il senso dell’esistenza. E, tuttavia, quando i dispositivi elaborati avranno mostrato la loro vacuità o anche la loro distruttività formidabile, l’importanza del senso riemergerà inesorabilmente con grande evidenza: è auspicabile che, quando ciò accadrà, non sia troppo tardi per poter riportare i binari della civiltà sul sentiero di un’esistenza in grado di convivere con i propri simili e con la natura.

Da questo punto di vista, allora, il compito della filosofia oggi – a mio modo di vedere – è quello di sviluppare una linea di resistenza. È necessario che il pensiero faccia vedere l’inganno, denudando la grande menzogna che consiste nell’assolutizzazione che il denaro e la tecnica pretendono di compiere ai danni delle masse globalizzate: sono convinto che una vera politica emancipativa oggi debba inevitabilmente partire da questi assunti.

Se tutto ciò dovesse diventare, pian piano, coscienza diffusa, consapevolizzandosi, il vuoto di senso nel quale sembrano sonnecchiare le masse globalizzate si potrebbe capovolgere in senso del vuoto. Il vuoto cioè potrebbe assumere l’unico valore possibile: universale, originario, tipicamente umano, colmabile soltanto con quei valori comunitari oggi purtroppo in crisi.

Quando ciò avverrà, se ciò avverrà, ne sono convinto, l’umanità occidentale sarà protagonista di una svolta antropologica senza precedenti. Una svolta non tanto e non solo di tipo etico-politico, quanto piuttosto di stampo “estetico”. Tale cioè da coinvolgere da presso l’intera visione del mondo contemporaneo – con i suoi riti, i suoi miti e le sue ossessioni. Insomma qualcosa che implica la trasformazione (o la trasvalutazione, come diceva Nietzsche) di tutti i valori.

Oltre alla sua attività accademica, quali sono le sue principali passioni culturali?

Ne ho tante e, nonostante gli inevitabili limiti di tempo, cerco di coltivarle. Direi anzi che, piuttosto che porsi come ambiti separati, tali passioni costituiscono un modo per approfondire e sviluppare “diversamente” il pensiero filosofico – considerato sotto altre angolazioni, con metodi differenti e ispirazioni soltanto apparentemente eccentriche.

La poesia, (sono ben noti i nessi profondi fra poesia e filosofia), la letteratura e la pittura sono le mie passioni principali.

Quali sono le letture che predilige?

A parte i testi filosofici classici o contemporanei, direi che la letteratura offre la possibilità unica di traslocare la mente in mondi lontanissimi da noi. La letteratura moltiplica le emozioni della nostra vita e, così facendo, l’arricchisce. Chi legge testi letterari vive uno “spessore d’esistenza” molto più ampio di chi non legge affatto o legge poco.

Che cos’è per Lei la poesia?

Le dirò ciò che è per me la poesia ma intreccerò il mio dire con un tentativo di comprensione del senso più generale della poesia.

Il bisogno di espressione poetica per me coincide con un imperioso bisogno di linguaggio. Il vuoto che si avverte nell’animo, in seguito all’atto creativo, diviene realtà comunicabile. Le parole usate dalla poesia appaiono ancora sporche delle sabbie informi e limacciose che abbondano nelle profondità insondabili del corpo, ma il segno che esse rappresentano, facendosi visibile, va ad aggiungersi alle infinite tracce che il senso umano disegna da sempre sull’abisso del non senso. In questo senso, per me, la poesia – appunto – è produzione di linguaggio originario. Essa ha la vocazione, a cui non potrà mai abdicare, di dar voce e parole ai sentimenti di tutti, pur rimanendo manifestazione intimissima della soggettività.

La parola poetica è verità del corpo che chiede di essere e di sbocciare. Essa rappresenta l’essere che dal vuoto è appena emerso. La poesia è non-più-vuoto e appena-essere. In questo senso, il compito della poesia è etico, estetico e politico nello stesso tempo.

Insieme a quella data dalla relazione con l’altro, la naturacostituisce una delle fonti privilegiate dell’ispirazione poetica in generale. Essa rappresenta l’essenza stessa dell’apparire del mondo: non c’è mondo che non sia natura e non c’è natura che non sia mondo. L’apparire della natura è un fenomeno che non smette di stupire nel suo essere sempre nuovo ma sempre diverso. Ovviamente, non intendo qui soltanto la natura esteriore, ma anche quella costituita dal nostro stesso corpo: appare in un istante, ospita una certa emozione e non un’altra e, fino a quando saremo in vita, non smette mai di apparirci uno straniero rispetto alla nostra coscienza che, pure, ne è parte.

L’apparire della natura (l’apparire del mondo) è tanto importante quanto il suo disparire. La sua estrema fugacità, il suo essere, in fondo, null’altro che un istante fulmineo che si perde nel kaoseterno, quando diventa corpo dell’uomo, affida soltanto alla poesia il compito di renderne ragione. La parola poetica registra le tracce dell’umano, custodendo i segni di ciò che è accaduto nel mondo.

In questo senso, allora, ritengo che la poesia condensi la vocazione più originaria dell’esistenza. Il suo canto consegna all’ascolto degli uomini, con una voce che emerge densissima dal profondo dell’esperienza del corpo, il senso stesso dell’esistere.

Che cos’è per Lei la pittura?

Le risponderò con una frase lapidaria e forse anche un po’ criptica: la pittura è il lusso del mio pensiero. Intendo dire che, quando si è affidato alla parola (filosofica o letteraria) il compito di esprimere il senso della realtà, o almeno ciò che per me è tale, rimane la necessità di esprimere un senso “immediato” che non sia “mediato” dal linguaggio ma si rivolga direttamente ai colori del mondo e alle sue manifestazioni naturali.

Diciamolo allora con altre parole: per me, se la scrittura dipinge in bianco e nero, la pittura scrive a colori.

Se dovesse consigliare un libro ai nostri lettori…

La scelta dipende dalla sensibilità e dagli interessi di ciascuno di noi. Vorrei soltanto – se mi è consentito – dare un piccolo consiglio di tipo metodologico: non bisognerebbe leggere soltanto un libro ma due – magari affiancati. Un classico (da Omero a Manzoni, le possibilità non mancano) insieme ad un contemporaneo. Occorre sempre sentire, cognitivamente ed emozionalmente, la vertigine della diversità dei tempi. È necessario rendersi conto fino in fondo dell’esistenza di mondi diversi, della fluidità culturale e delle differenze che regnano nel mondo umano.

Ci parli del suo libro “Ecity. Antropologia della tecnica”.

Nel mio ultimo libro, piuttosto che concentrarmi sull’analisi storiografica o normativa della filosofia, magari elaborata sulla base di principi astratti ed edificanti, mi è parso più conveniente rivolgere lo sguardo ai connotati degli individui che compongono il cosiddetto “popolo” e sulle sue caratteristiche psico-sociali.

Sono convinto infatti che, se sono venuti meno gli elementi di identificazione collettiva nei partiti e nei leader politici, piuttosto che a fattori di tipo soggettivo (la qualità dei leader) occorre guardare soprattutto agli elementi oggettivi e strutturali costituiti dalla peculiare antropologia della modernità.

Insomma, ho cercato di comprendere chi siano le donne e gli uomini che vivono intorno a me – del resto – sono gli esseri umani il “materiale” della politica -, e come siano diventati ciò che sono diventati. Ho cercato altresì di capire che cosa significa davvero la globalizzazione, quali i suoi rischi e quali le sue possibilità. Mi sono chiesto altresì che cosa sia la tecnica e quale impatto possono avere i nuovi dispositivi informatici (internet soprattutto) sulla coscienza individuale e, più in generale, sulla capacità critica degli individui.

L’orizzonte complessivo che ne è emerso credo abbia aperto un orizzonte teorico all’interno del quale si apre la domanda più difficile di tutte: che cosa va emergendo dal mondo socio-politico contemporaneo? Il vuoto di senso che attraversa da parte a parte una vita politica oscillante dal “politicamente corretto” delle sinistre, spesso vassalle dei grandi potentati della finanza europea e mondiale, alla xenofobia ottusa delle destre, assolutamente povere di contenuti che non siano reattivi e talvolta sciocchi, sta raggiungendo livelli che assai faticosamente possono essere tollerati da una coscienza individuale sempre più sofferente. Con la loro collocazione strategica e la connessa incapacità di dare un senso concreto ai bisogni reali degli uomini, infatti, questi schieramenti stanno sottoponendo le comunità occidentali a una prova durissima che non ha alcun precedente storico. La situazione è tanto più grave, in quanto il tutto è ammantato da una retorica fastidiosa e ideologica che vanta la libertà e il benessere materiale come elemento vincente dei nostri sistemi politici.

Sono questi problemi enormi, epocali: sarei contento se con il mio libro avessi apportato un contributo.

Prossimi progetti culturali?

Fra qualche giorno, insieme a due artisti contemporanei, allestiremo una mostra che vedrà, fra l’altro, l’esposizione della mia serie di arte figurativa “Alberi”. La mostra sarà orientata all’esplorazione della dimensione filosofica della verticalitàdella quale l’albero è testimonianza diretta e fondamentale. Mi auguro che l’esposizione possa avere un valore, oltre che estetico, anche ambientalistico e filosofico.

Ho portato a compimento, inoltre, due testi letterari: un testo teatrale ed una seconda raccolta poetica dopo il testo edito “Gioielli e Ferite”. Infine, sto lavorando su un testo di filosofia che riprende, approfondisce e sviluppa alcune delle tematiche presenti nei miei ultimi lavori (fra cui Ecity. Antropologia della tecnicae Le radici della disuguaglianza): in modo particolare, il mio prossimo libro vorrebbe essere un’indagine sui problemi della democrazia contemporanea attraverso uno studio dei simboli fondanti della nostra realtà storica e delle sue paure più grandi.

1 Comment

  • Patrizia De Cesare Posted Maggio 16, 2019 6:03 pm

    Caro prof, ho letto con interesse la sua intervista.Un caro saluto Patrizia

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