Così tutto ebbe inizio… Parliamo di incipit

Così tutto ebbe inizio… Parliamo di incipit

“Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti”.

Così inizia Il tamburo di latta di Gunther Grass. Con l’utilizzo della prima persona singolare l’autore narra la vicenda di un uomo (che in seguito si rivelerà essere un nano) finito in manicomio. È facile intuire da queste poche righe quale sarà il tono del romanzo che ci aspetta, della storia vissuta e raccontata da un personaggio strano e particolare.

L’incipit è l’inizio. Di un racconto, di un viaggio. È il momento in cui si intraprende qualcosa di nuovo; è la formula magica da cui dipende il grado di attenzione del nostro lettore. Nelle prime battute, infatti, il narratore pone le regole dell’universo narrativo che sta creando.

Uno degli incipit più noti della storia della letteratura è quello di MobyDick o la balena, di Herman Melville.

Chiamatemi Ismaele”

L’autore sceglie di iniziare la storia con il nome del protagonista (che è un nome biblico) per dare un segnale forte, che ci porta lungo la strada dell’interpretazione di una metafora e che segna già dalle prime due parole un punto di non ritorno per la narrazione.

Già dopo poche pagine, infatti, ci rendiamo conto che i personaggi e l’ambientazione del romanzo hanno una forte valenza metaforica che evoca l’universo e i valori cristiani. Grazie all’incipit del romanzo, con “Chiamatemi Ismaele” riusciamo a comprendere le logiche delle successive seicento pagine.

Ma l’incipit è anche un’esca per il lettore, è un “gesto” che ci trasporta in un universo parallelo che risponde a regole ben precise e che soddisfa le nostre aspettative. L’incipit di un romanzo di genere deve contenere già tutte le atmosfere e i toni che costruiremo e non deve mai deludere il nostro lettore. Attenzione però: non deve presentare tutti i personaggi, non deve esplicare tutte le tematiche e i concetti della narrazione ma deve essere una scintilla, una promessa e una potenzialità che le pagine successive metteranno a fuoco.

“Non fanno che ripetere tutti: Il Cremlino, il Cremlino. Ne ho sentito parlare in tutte le salse, ma non l’ho visto nemmeno una volta. Quante volte (mille volte), dopo aver trincato o prima d’avere smaltito una sbornia, ho attraversato Mosca da nord a sud, da ovest a est, da un capo all’altro, di sbieco e a casaccio, ma il Cremlino non sono mai riuscito a vederlo. Ed è andata a finire così anche ieri. E dire che ho gironzolato in quei paraggi per tutta la sera, e mica poi tanto ubriaco: sbucato fuori dalla Stazione Savelovskaja ho, certo, mandato giù un bicchiere di Vodka del Bisonte come aperitivo, anche perché so per esperienza diretta che come decotto mattutino al genere umano non è stato ancora dato d’inventare nulla di meglio”.

Vendict Erofeev in Mosca-Petuskì e altre opere introduce così il suo personaggio, la società in cui vive e l’universo narrativo in cui si muove. L’autore ci aggancia alla sua storia e al suo mondo. Ci fa capire che il suo personaggio ha problemi con l’alcool e vive in una quotidianità ben diversa da quella che conosciamo.  Ci fa capire che ci aspetta una realtà filtrata dagli occhi di un protagonista particolare da cui possiamo aspettarci davvero qualsiasi cosa.

E la tua storia come inizia? Qual è il tuo incipit?

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